Cenni biografici

EMILIO VEDOVA nasce a Venezia il 9 agosto 1919 da una famiglia di artigiani-operai. A soli undici anni cominciò a lavorare come garzone in una fabbrica per potersi mantenere e comperare il materiale per disegnare e dipingere. Nel 1936, ancora adolescente, uno zio lo ospitò a Roma: qui il ragazzo dipinse e disegnò prospettive stravaganti di architetture, molti autoritratti e grovigli di figure. Quando tornò a Venezia decise, insieme al compagno Hermann Pircher, di andare a Firenze e frequentare una scuola di nudo, sebbene fossero finiti per passare molto tempo “in strada”. Nel 1940 l’Opera Bevilacqua La Masa (oggi Fondazione Bevilacqua La Masa) concesse a Vedova uno studio-soffitta a Palazzo Carminati, dove il pittore poté dedicarsi meglio alla sua arte. Questi primi anni di attività artistica dell’autore furono molto importanti poiché indicarono le premesse del suo lavoro futuro. Nei disegni in cui raffigurò le architetture veneziane, infatti già è possibile percepire la tensione dei segni ripetuti ritmicamente. Nel 1940 espose per la prima volta le sue opere alla Galleria Ongania a Venezia, inoltre cominciò a partecipare ad alcune iniziative d’avanguardia.

Nel 1942 si trasferì a Milano, dove l’anno seguente tenne due mostre alle galleria Corrente – La Spiga e partecipò inoltre alla IV Quadriennale d’Arte Nazionale di Roma, al Palazzo delle Esposizioni. In questo primo periodo milanese Vedova gravitò intorno agli artisti del movimento artistico Corrente, che svolse un ruolo cruciale, fra gli anni Trenta e Quaranta, nel preparare gli artisti a quel rinnovamento artistico italiano che si sarebbe evidenziato molto bene nel Fronte Nuovo delle Arti a cui Vedova aderì. Durante la Seconda guerra mondiale Vedova entrò nei gruppi della Resistenza italiana, prima a Roma e poi a Belluno. Terminata la guerra tornò a Venezia dove trasferì il suo studio in Fondamenta Bragadin e cominciò a frequentare il ristorante L’Angelo che presto diventò luogo d’incontro abituale di intellettuali e pittori. Fu in questo ambiente artistico-intellettuale che l’artista incontrò per la prima volta la collezionista d’arte Peggy Guggenheim che anni dopo comprò alcune sue opere.

Nell’ottobre del 1946 nacque il Fronte nuovo delle arti a cui aderì lo stesso Vedova assieme agli artisti Renato Birolli, Ennio Morlotti, Armando Pizzinato e alcuni critici, tra cui Giuseppe Marchiori. L’obiettivo del movimento fu quello di accogliere le ultime esperienze europee nell’arte italiana all’epoca dominata dal movimento Novecento (a cui aderirono artisti come Achille Funi, Mario Sironi, Emilio Malerba ecc.). Tra il 1946 e il 1947 Vedova partecipò a mostre internazionali. Nel 1950 espose alla Biennale di Venezia e fu proprio in quell’occasione che conobbe Annabianca Manni, che sposò nel maggio del 1951. La sua prima mostra personale all’estero (1951) venne ospitata dalla Galleria Viviano di New York dove espose esclusivamente “geometrie nere”.

In seguito alla scissione del Fronte Nuovo delle Arti, Vedova aderì al “Gruppo degli Otto”, movimento nato dal desiderio del critico Lionello Venturi di accogliere gli artisti più astratti, tra cui, oltre al pittore veneziano, anche Renato Birolli, Giulio Turcato, Ennio Morlotti e Giuseppe Santomaso.

Nel 1952 l’artista vinse il Premio Dufy che gli consentì di trascorrere un periodo a Parigi. Cominciarono in questa fase le grandi tele del Ciclo della protesta ’53 Ciclo della natura ’53, nelle quali manifestò il suo accostamento all’informale. L’occasione per il primo viaggio in Germania arrivò con l’invito alla partecipazione della prima edizione di Documenta a Kassel nel 1955, curata da Arnold Bode. Nel 1957 si traferì nel nuovo appartamento a Venezia in Dorsoduro 46, dove visse per il resto della sua vita. Il critico d’arte Giulio Carlo Argan presentò, nel 1963, la prima mostra personale alla galleria Marlborough a Roma, a cui seguirono diverse polemiche da parte di altri critici. Il suo primo viaggio negli Stati Uniti fu nell’aprile-maggio del 1965, dove poi rimase fino a luglio, qui venne realizzata una mostra di disegni ma fu chiamato anche a rinnovare l’Accademia Internazionale estiva di Salisburgo. Insegnò all’Accademia per cinque anni, fino al 1969, anno, questo, in cui gli studenti che frequentarono il suo corso arrivarono fino a duecento.

Il 1968 fu l’apice del movimento studentesco e Vedova, oltre a partecipare attivamente alle manifestazioni, venne chiamato dagli studenti a tenere i “controcorsi” all’Accademia di Belle Arti di Venezia. L’impegno sociale e politico da parte dell’autore fu bene testimoniato nel 1974 quando Vedova promosse una sensibilizzazione per salvare i quattrocenteschi Magazzini del Sale che l’amministrazione comunale di Venezia voleva trasformare in piscine comunali. Dopo mesi di lotte e proteste, anche grazie all’intervento dell’artista, i saloni rimasero inviolati. Nel 1975 iniziò a insegnare all’Accademia di Belle Arti di Venezia dove rimase fino al 1986. Nel 1980 venne invitato dall’Università Unam a Città del Messico per una mostra antologica, così colse l’occasione per intraprendere un viaggio/studio la cui influenza si manifestò nel ciclo Plurimi binari. Negli anni Ottanta seguirono grandi mostre dedicate all’artista veneziano, in Italia e all’Estero, che gli consentirono di consolidare la fama di grande artista. Nel 1993 la l’Accademia dei Lincei gli conferì il premio Feltrinelli per la classe di pittura e nel 1997 ricevette il Leone d’Oro all’opera alla XLVII Biennale di Venezia, anno anche della grande retrospettiva allestita al Castello di Rivoli. Emilio Vedova morì il 25 ottobre 2006 seguito un mese dopo dalla moglie.

La pittura gestuale di Vedova si ispirò alle esperienze futuriste e all’action painting statunitense. Rifiutò sin da subito forme espressive di tipo realistico-didascalico e trovò nell’astrazione gestuale la forma espressiva più adatta per affrontare tematiche di tipo politico e sociale. Sin dall’inizio della sua carriera artistica il gesto fu molto presente, come già è possibile vedere in Autoritratto (1938-1939), opera in cui la materia e il gesto sono molto evidenti, o ancora in Caffeuccio veneziano (1942), in cui le figure, sedute ad un tavolo, sono rese tramite l’accostamento di grandi pennellate ricche di colore e definite da una linea nera. Negli anni Quaranta i temi delle sue tele accompagnarono e anticiparono i cambiamenti politici in atto come indicano i titoli delle sue opere: Assalto alle prigioni (1945), già pienamente astratto, ma anche Combattimento (1942) e Uragano (1948). Quest’ultima segnò un momento importante nell’arte del pittore veneziano poiché testimonia il passaggio ormai definitivo all’arte astratta e all’uso di un segno sempre più energico. L’opera è importante anche perché l’artista sintetizza in titoli metaforici la condizione storica ed esistenziale percepita come tensione e conflitto.

In questi anni di ricerca Vedova produsse opere molto particolari come Campo di concentramento (1950), Esplosione Lotta entrambe del 1949, il cui andamento riflette le lezioni cubiste, in particolare Guernica (1937) di Picasso, all’epoca al centro di molte discussioni. Il linguaggio artistico di Vedova si profilò in modo inequivocabile verso l’informale, come testimoniano i due grandi Cicli della protesta Cicli della natura (1952-1953), in cui l’arista riuscì ad esprimere il suo impegno etico-politico e la sua capacità critica verso le contraddizioni della società contemporanea. In questi due grandi cicli pittorici Vedova mise da parte l’andamento raziocinante e geometrico che caratterizzò i lavori degli ultimi anni Quaranta per approdare ad una gestualità più nervosa, tesa e vibrante che fu, poi, la cifra stilista dell’autore. Gli anni Sessanta furono caratterizzati da una grandissima quantità di tele, come i cicli Per la Spagna (1962) ma furono anche anni in cui la ricerca artistica si volse ad una maggiore interazione con lo spettatore, la cui fruizione dell’opera, secondo Vedova, non poté più fermarsi di fronte al quadro. Così videro la luce i primi Plurimi (1961): opere materiche inserite nello spazio della sala che creano delle pitture bifrontali su legno sfruttando varie tecniche compositive, come per esempio i collage, decollages, graffiti e ustioni. I primi Plurimi nacquero a Venezia nel 1963 e vennero esposti per la prima volta alla Galleria Marlborough di Roma nello stesso anno.

Un ulteriore sviluppo di queste opere si ebbe a Berlino, dove Vedova trascorse un periodo che va dal 1963 al 1965: qui realizzò i sette Plurimi dell’Absurdes Berliner Tagebuch ’64 che vennero esposti alla Documenta III di Kassel. Questi grandi lavori potrebbero sembrare degli ibridi tra pittura e scultura ma la forte gestualità testimonia la natura propriamente pittorica. Inoltre, il pubblico per poter osservare meglio l’opera è quasi obbligato e sollecitato ad avvicinarsi, a girare intorno ed interagire. Se Jackson Pollock ruppe gli schemi tradizionali della pittura su cavalletto, appoggiando la tela a terra e interagendo fisicamente con essa, rimanendo comunque nello spazio convenzionale, Vedova, con i Plurimi, compì un altro passo avanti istituendo una relazione fisica non solo tra opera e artista ma anche con lo spettatore. Verso gli anni Settanta l’artista veneziano visse un periodo di riflessione: in questa fase le sue opere si caratterizzarono per una diversa tipologia tecnica. Si aprì una nuova stagione pittorica testimoniata dai plurimi-binari (1977-1978): sono lavori costituiti da grandi strutture che incorniciano i pannelli di legno di forma irregolare e dipinti su entrambi i lati. Le strutture binarie in acciaio sembrano un richiamo alla geometria che caratterizzò i le opere di fine anni Quaranta. Parallelamente a queste grandi opere l’autore sperimentò svariate forme della grafica producendo varie serigrafie, litografie e acqueforti. Un’altra serie di lavori rilevanti di questi anni così fecondi per il pittore furono i Cosiddetti Carnevali che sviluppò tra il 1977-1983, molto diverse dalle opere fino ad allora prodotte. Nel familiare contesto del segno e del gesto il pittore introdusse un elemento di narrazione molto esplicite: le maschere che vennero applicate sulle superfici dipinte e furono ben riconoscibili nonostante le deformazioni e le tracce di colore. Fino ad allora i titoli segnalarono in modo inequivocabile il contenuto dell’opera ma questo non significò che il segno/gesto del pittore fosse altrettanto “leggibile”, in altre parole non era narrativo. L’elemento della maschera invece rese subito comprensibile il soggetto della tela.

Nel 1981 Vedova compì un viaggio in America Latina e, impressionato dai muralisti messicani, ricominciò ad usare il colore nella sue grandi tele, ma cosa più interessante fu che cambiò anche il formato delle sue opere, non più formati quadrati o rettangolari ma cerchi dipinti con forti contrasti tra bianco e nero. L’opera Non dove ’87 II è un disco di 280 cm di diametro. A parte il bianco e il nero non ci sono colori. Su una facciata del cerchio masse scure di colore si oppongono e si respingono tra di loro, mentre sull’altra faccia alcune fasce nere bloccano il movimento centripeto; non vi è un dove sicuro. Fu proprio quel disfarsi del nero contro il bianco che impedì a dischi di alludere a sfere. L’ultimo grande ciclo pittorico di Vedova fu …Continuum: qui, le grandi tele non vennero concepite isolate l’una dall’altra, ma costituirono nell’insieme una scenografia di stratificazioni variabili, una compenetrazione fra tela e tela che come evocato dal titolo, diede un’impressione di continuità, perché per l’autore la pittura è un nastro infinito dal quale possiamo scrutare alcuni frammenti.

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